A Gloria del Gran Maestro dell’Universo e del Nostro Protettore San Teobaldo

Adolfo Omodeo

L'ETA'DEL RISORGIMENTO ITALIANO

Ristampa della IV Edizione - Napoli, Vivarium, MCMXCVI

- DAL 1820 AL 1830 -
2. LE RIVOLUZIONI DI SPAGNA E DI NAPOLI

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Col ritorno di Ferdinando VII sul trono di Spagna, la reazione s'era disfrenata nella forma più assurda e pazza che si possa immaginare : addirittura un dispotismo asiatico. Furono abolite le cortes e la costituzione del 1812 sotto il cui segno la nazione aveva cacciato i francesi : furono sbanditi coloro che avevano aderito al regno di Giuseppe Bonaparte, furono perseguitati i partigiani del re Carlo IV e di Manuel Godoy. Fu restaurata la santa inquisizione, furono richiamati i gesuiti, ristabilite ma-nimorte e decime ecclesiastiche, fu perseguitata la cultura. Si applicò insornma all'eroica nazione, che per prima aveva intaccato il dominio napoleonico, il regime del '99 a Napoli. E' vero che la maggioranza era favorevole al regime assoluto e alla condizione privilegiata della chiesa, ma Ferdinando VII colpiva la classe elevata la quale aveva saputo impedire che la rivoluzione spagnola degenerasse in una cieca jacquerie.
Nella sua stupidità, Ferdinando VII era naturalmente incapace di risolvere un problema gravissimo che era stato sollevato imprudentemente dalle cortes di Cadice; le quali avevano negato alle colonie spagnuole d'America ogni partecipazione al governo. Le colonie sfruttate e impoverite dal monopolio economico inintelligente della madre patria, sotto l'impulso di suggestioni nord-americane e di sobillazioni inglesi — avendo davanti l'esempio del Brasile che era diventato un impero autonomo quando vi si era rifugiata la casa di Braganza — essendosi anche rallentati i vincoli di dipendenza dalla Spagna durante gli anni dell'insurrezione, passarono alla ribellione aperta rivendicando l'indipendenza. Bisognava domarle con le armi. Ma il disagio creato dal regime di Ferdinando VII aveva inevitabilmente avuto le sue ripercussioni nell'esercito, che era caduto sotto l'influsso delle società segrete.
Il i° gennaio 1820 un giovane ufficiale, Riego, e il colonnello Quiroga sollevarono a Cadice le truppe pronte ad imbarcarsi per l'America. Dapprima parve che l'insurrezione potesse essere facilmente soffocata ; invece improvvisamente s'estese in molte province. Il 7 marzo il re dovette riconoscere la costituzione di Cadice e nominare una giunta provvisoria di governo (costituita da liberali, taluni dei quali erano stati liberati espressamente dagli ergastoli) con le funzioni delle cortes che dovevano essere elette.
La convocazione delle cortes non concluse la rivoluzione, perché da una parte il re spergiuro sobillava il partito reazionario e bigotto, dall'altra il democraticismo estremo del partito di Riego provocava tumulti e finiva a spingere gli elementi moderati dalla parte del partito conservatore.
Per la santa alleanza la rivoluzione spagnuola fu un caso assai grave. Non era ancora ben chiaro alla diplomazia quale fondamento la rivoluzione avesse nel paese, e correre il rischio di ripetere la disgraziata impresa napoleonica non lusingava nessuna potenza. L'intervento in Spagna poi non poteva esser compiuto che dalla Francia, e pel momento né la Francia, tranne i realisti scalmanati, mostrava di voler intervenire, né le altre potenze volevano spingervela col rischio di risollevarne gli spiriti guerrieri. Infine il diritto d'intervento nelle faccende interne di una nazione non era stato ancora nettamente formulato e non si era sicuri se lo zar liberaleggiante vi avrebbe aderito.
II libero svolgimento della rivoluzione spagnuola incoraggiò i carbonari napoletani. Ormai la carboneria aveva raggiunto nel regno meridionale un tale sviluppo che inevitabilmente doveva prorompere.
La mattina del 2 luglio 1820, a Noia, i due sottotenenti di cavalleria Morelli e Silvati, a capo del loro squadrone, inalberarono i colori della carboneria (rosso, nero e turchino) e insieme con un prete carbonaro, l'abate Luigi Menichini, mossero su Avelline e indussero il tenente colonnello de Conciliis ad unirsi a loro. Dal Salernitano, dalla Capitanata, dalla Terra di Lavoro affluirono i carbonari e le milizie civiche, che con le truppe del de Conciliis si fortificarono sulla posizione di Monte forte.

Il governo fu colto di sorpresa. Poche forze inviate contro gl'insorti sotto il comando dei generali Vito Nunziante e Michele Carascosa cominciarono a disperdersi e a passare alla parte avversa. Il generale Pepe, a capo d'una parte della guarnigione di Napoli, defezionò e passò al campo di Monteforte. A situazione disperata, il 7 luglio bisognò promettere la costituzione, e la carboneria, per evitare tergiversazioni, pretese senz'altro la costituzione di Spagna. Errore grave, perché la costituzione spagnuola, modellata su quella francese del '91, con la sola differenza che non riconosceva la libertà religiosa, male si adattava alle condizioni arretrate del popolo e poteva solo accentuare le violenze demagogiche da un lato, e dall'altro la riluttanza della monarchia, il cui potere sarebbe stato ridotto a un'ombra, mentre il nome del re era tuttavia l'unica forza effettiva dello stato; esso solo, infatti, era riconosciuto come autorità legittima dalle plebi.
Ferdinando I, che fingendosi ammalato aveva rimesso il potere supremo nelle mani del figlio Francesco, duca di Calabria, come a vicario generale, giurò con simulato entusiasmo la costituzione spagnuola. Furon nominati nuovi ministri, scelti fra gli uomini del decennio murattiano. A capo del gabinetto erano lo Zurlo e il duca di Campo-chiaro. Fu stabilita una giunta con i poteri del parlamento che doveva essere eletto al più presto con elezioni di tre gradi. La rivoluzione pareva risolversi in una festa di giubilo, quando sinistre notizie giunsero dalla Sicilia, dove la carboneria aveva scarsa diffusione.

Mentre la Sicilia orientale aderiva senz'altro alla costituzione spagnuola, Palermo, nei giorni di S. Rosalia (14-16 luglio), insorgeva con la bandiera separatista sfogando il suo rancore contro il subito centralismo napoletano. L'inetto generale Naselli comandante le forze napoletane era costretto ad imbarcarsi, la plebe ammutinata e i galeotti liberati si abbandonavano a saccheggi e stragi feroci. L'anarchia continuò paurosa per molti giorni. Si costituì finalmente, a reprimere l'anarchia, una giunta sovrana di governo, prima sotto l'arcivescovo Gravina e poi sotto il principe di Villa franca. Ma il popolo minuto continuò a tumultuare e a massacrare ciecamente.
Per reprimere i disordini l'aristocrazia e la borghesia ribelli dovettero far parte del governo anche ai popolani, alle corporazioni d'arte ancora esistenti, le quali, armatesi, assunsero la tutela dell'ordine pubblico. La rivoluzione assunse così un carattere in certo modo simile a quello dei comuni medioevali. I capi delle corporazioni fecero sentire il peso dell'alleanza ad aristocratici e a borghesi. Intanto il risentimento municipale di Palermo contro Messina, che voleva contenderle il primato, ed altre città che non volevano sottostare alle sue direttive, invelenì la situazione. Non c'era neppure molta concordia nel programma. Taluni volevano restaurare la costituzione siciliana del 'i2, altri avrebbero anche accettato quella spagnuola: tutti i palermitani però si trovavano concordi a reclamare la completa autonomia, e l'egemonia palermitana nell'isola. Caltanissetta, che non voleva piegarsi, fu crudelmente punita da una spedizione delle forze impetuose del popolo di Palermo: e la guerra civile si rivolse poi contro Trapani e contro Messina.
Le trattative con Napoli, dove i carbonari subentravano alla monarchia a sostenere l'unità del regno, furono rotte, e il generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, fu inviato a domare Palermo. Con 6000 uomini il Pepe da Messina marciò su Palermo.
Il 22 settembre il principe di Villafranca sottoscrisse a Termini la capitolazione. Ormai la giunta del governo palermitano e le classi elevate erano Impaurite del dominio popolare e volevano la quiete. I popolani esasperati sciolsero la giunta, saccheggiarono il palazzo del Villafranca, disconobbero la capitolazione, e investirono con grande impeto le forze del Pepe e le respinsero (25 settembre). In tanta anarchia potè tuttavia farsi valere il vecchio principe di Paterno che concluse col Pepe un onorevole accordo : in cui si riconosceva ai siciliani il diritto di decidere, per mezzo dei propri deputati, la riunione o meno della propria rappresentanza a quella di Napoli.
Intanto s'era radunato il parlamento a Napoli, con i soli deputati di terra ferma (i° ottobre). Nuovo giuramento del re e del principe ereditario, discorsi pomposi e declamazioni, buone intenzioni riformatrici. Sedevano in parlamento grandi proprietari terrieri, ecclesiastici ragguardevoli, funzionari, magistrati, uomini di dottrina. Nulla di demagogico. Se difetto aveva il parlamento, era quello di essere troppo sobrio, torpido quasi : più d'onesti amministratori, che d'uomini politici capaci di fronteggiare situazioni straordinarie. In quel parlamento appariva quel che la borghesia liberale del mezzogiorno desiderava : un parlamento simile ad un consiglio d'amministrazione. Al liberalismo politico s'univa un conservatorismo sociale un po' gretto. Risaltava anche, pur con un superficiale ribolli-, mento cittadino, l'indifferenza delle moltitudini. Invece s'èra pensato che la rivoluzione, come già quella di Francia, dovesse ridestare invincibili forze di popolo! Ma un moto eslusivamente, e forse grettamente, politico, qual era quello del '20, non poteva aver presa sulle moltitudini, come la rivoluzione francese che mutava un ordine sociale.
L'ingenuità politica del parlamento era poi grandissima. Tutto era stato ottenuto facilmente : tutto pareva consolidato. C'era nell'aria una nota arcadica, simile a quella che animava la poesia di Gabriele Rossetti, il bardo della rivoluzione, il quale celebrava la libertà su motivi di canzonetta metastasiana. Però, più compromessi dal moto, i carbonari avevano coscienza del pericolo di reazione e vigilavano inquieti. M'a in tal modo la sètta non arrivava a risolversi nella costituzione e traversava l'opera dei poteri costituiti, donde incertezze e discordie continue. Si andò fra l'altro delineando un contrasto fra i settari e gli uomini del decennio murattiano, che, come pratici di governo, eran tornati al potere.
Trovatosi dinanzi alla questione siciliana, il parlamento disconobbe le concessioni fatte da Florestano Pepe ai palermitani perché contrarie alla costituzione che dichiarava indivisibile il territorio : il Pepe si dimise e fu sostituito dal generale Pietro Colletta, che con molta energia, approfittando anche della stanchezza dei palermitani, tenne a freno la città riottosa.
Contro la costituzione intanto si delineava l'intervento della santa alleanza. Il governo di Napoli sperava tuttavia di poter ottenere la tolleranza pel regime costituzionale, e cercò di evitare ogni contrasto diplomatico, rifiutando anche la richiesta avanzata da Benevento e Pontecorvo, do-minii pontifici, d'essere uniti al regno costituzionale. Trattative della carboneria con i federati piemontesi non approdarono a nulla. Il tentativo di estendere energicamente la rivoluzione a tutta Italia mancò. Il parlamento rifiutò l'offerta della Francia che voleva porsi mediatrice tra le potenze e il regno, a condizione che fosse revocata la costituzione spagnuola e fosse adottata quella più moderata di Francia. Indubbiamente il dare indietro di un solo passo avrebbe incoraggiato la reazione. Ma, persistendo, il regno si trovò con la guerra civile mal doma all'interno e senza protezione all'estero contro la politica del Metternich.
Il Metternich agì, e risolutamente. Già nel 1818 e nel '19, ad Aquisgrana e a Karlsbad, in quei congressi diplomatici che continuavano quello di Vienna, aveva mitigato le velleità liberali dello zar e cementato l'alleanza col re di Prussia contro le tendenze dei liberali di Germania. Nei riguardi di Napoli il trattato del 1815 impegnava l'Austria a sostenere il regime assoluto. Ora il Metternich doveva farsi riconoscere dalle potenze il diritto d'intervenire.
Nell'ottobre del 1820 il Metternich riuscì a far riunire a Troppau, nella Slesia, un congresso a cui intervennero i tre sovrani della santa alleanza e i rappresentanti dell'Inghilterra e della Francia.
Contro le moderate proteste dei delegati inglesi — che pure favorivano l'egemonia austriaca in Italia — e di quelli francesi, il Metternich fece accettare dalla Russia e dalla. Prussia il principio dell'intervento nei paesi turbati dalla rivoluzione e specialmente nel Napoletano. La formulazione del diritto d'intervento fu solenne come una massima di diritto pubblico. Si dichiarò che uno stato appartenente all'alleanza europea, il cui organismo fosse sconvolto da moti rivoluzionari, doveva per ciò stesso esser escluso dall'alleanza fino al ristabilimento dell'ordine, e che le potenze alleate, dopo sperimentati i mezzi conciliativi, sarebbero ricorse alla coercizione. Nel caso specifico di Napoli si concesse solo un indugio, a richiesta dello zar, stabilendo che il re di Napoli fosse convocato ad un nuovo congresso da tenersi al principio dell'anno seguente a Lubiana. Si voleva così liberare il re Ferdinando dalle possibili rappresaglie dei liberali, e mostrare al mondo che s'interveniva per invito di lui, legittimo sovrano.
A Napoli si discusse lungamente, nel parlamento, prima di concedere al re il permesso, necessario secondo la costituzione, d'allontanarsi dal regno per partecipare al congresso di Lubiana. Dapprima l'opposizione fu forte. Avendo Ferdinando I in una lettera al parlamento, del 7 dic. 1820, dichiarato che era sua intenzione concordare con gli alleati i ritocchi da apportare alla costituzione, il parlamento si sdegnò, e rovesciò il gabinetto minacciando di mettere sotto accusa il Campochiaro che come ministro degli esteri aveva controfirmato la lettera, e lo Zurlo che l'aveva diffusa nelle province prima che fosse letta all'assemblea. Il re scrisse una seconda lettera dichiarando che si era frainteso il suo pensiero e ch'egli si sentiva vincolato alla costituzione spagnuola. Finalmente dopo aver fatto promettere al re di difendere di fronte alle potenze non solo la costituzione in genere, ma la costituzione di Spagna, il parlamento concesse il permesso. Francesco, duca di Calabria, rimase luogotenente nel regno (14 dic.). Appena fuori del regno Ferdinando mise giù la maschera di ardente convcrtito alla causa nazionale. A Lubiana, dove nel gennaio si adunò il congresso, il re si abbandonò del tutto nelle mani del Mettermeli. Un esercito austriaco di 50.000 uomini comandato dal Frimont ebbe l'ordine di mettersi in marcia, a traverso gli stati pontifici, contro Napoli. Il duca di Gallo che, succeduto al Campochiaro come ministro degli esteri costituzionale, aveva accompagnato il re, fu rinviato a Napoli per invitare alla sottomissione ai voleri del re e delle potenze. Non si tenne conto delle proteste del papa che voleva rispettata la sua neutralità e il suo territorio, e che, se temeva i carbonari, diffidava ancor di più dell'Austria.
La notizia turbò le illusioni dei costituzionali napoletani. Tutto fu in subbuglio. Un nuovo ministero debole e inesperto era succeduto a quello Zurlo-Campochiaro. Il principe luogotenente simulava ardore costituzionale e giurava e spergiurava che a Lubiana il re non era libero. Si fecero gli apparecchi per la difesa: 50.000 uomini furono chiamati sotto le armi. Ma il meglio delle forze napoletane, 12.000 uomini complessivamente, era di presidio nella Sicilia non del tutto doma.
Nell'esercito erano vivissimi i contrasti tra ufficiali carbonari, che avevano trovato modo d'accelerare la carriera, e i non carbonari. Mancavano i fucili per armare tutti gli uomini disponibili. I soldati non sentivano e non capivano la guerra fatta per ideali e bisogni non loro, e disertavano in grandissimo numero. Per di più si pensò di dividere il comando fra il generale Michele Carascosa che doveva difendere la frontiera del Liri e il generale Guglielmo Pepe che doveva difendere quella degli Abruzzi: i due generali, naturalmente, erano discordi.
Il Pepe sognava una guerra rivoluzionaria, napoleonica. Infiltrarsi con poche migliaia d'uomini nell'Italia centrale : fare insorgere i carbonari, portare la rivoluzione in Lombardia alle spalle del Frimont. La misera condizione delle sue truppe e i difetti di provvigioni e di munizioni lo richiamarono alla realtà. Tuttavia, per galvanizzare il suo esercito assai scosso, volle prendere l'offensiva e varcò la frontiera pontificia. A Rieti urtò negli austriaci del Frimont (7 marzo 1821). Le sue forze si dispersero al primo urto: il giorno dopo la disfatta fu completa ad Antrodoco.
Gli austriaci marciarono senza gravi ostacoli su Napoli, ove il re rientrò col Canosa. Il parlamento, che di fronte al pericolo si era abbassato sino ad offrire di modificare la costituzione spagnuola, e dove solo 26 deputati avevano osato aderire alla protesta coraggiosa di Giuseppe Poerio, fu disperso.
Infierirono i processi contro i capi della rivolta, che però in grandissimo numero si salvarono con l'esilio. Morelli e Silvati furono mandati al patibolo. Molti carbonari furono mandati a morte nelle province, L'esercito napoletano fu disciolto e le forze austriache presidiarono il territorio fino alla sua ricostruzione: cioè fino al 1827! Ultimo guizzo rivoluzionario fu un tentativo del generale Rosaroll (25 marzo 1821) a Messina. Il tentativo non ebbe seguito, e il Rosaroll dovè prendere la via dell'esilio. L'anno seguente la carboneria tentò di estendersi a Palermo, ma pel tradimento d'alcuni affiliati undici cospiratori furono mandati a morte (1822).
Il risultato della rivoluzione napoletana fu disastroso. Si vide contro quale forza internazionale andava a cozzare il moto liberale. Ancora una volta a Napoli fu colpita la classe colta, e ancora una volta fu ribadito il legame indegno che univa la monarchia alla plebaglia e all'ignoranza. Il discredito dello spergiuro macchiò, nel re e nell'erede, tutta la dinastia. L'autonomia del regno scomparve per i lunghi anni dell'occupazione austriaca; la tradizione militare del regno, restaurata dal Murat, fu nuovamente distrutta ad Antrodoco, pagina di storia troppo simile alla compagna del dicembre '98. L'unione del Napoletano alla Sicilia tenne a un filo. L'Austria si avvantaggiò di questa umiliazione di uno dei maggiori stati della penisola.


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