A Gloria del Gran Maestro dell’Universo e del Nostro Protettore San Teobaldo

A TAGANROK
IL CREDENTE

di Giovanni Pascoli

 

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A Taganrok, nella taverna a mare,
sedean nocchieri. Uno parlava a tutti.

I

O della sera giunti qui sui flutti,
la patria vive in un silenzio all'erta.

Pare la patria un'isola deserta,
con soltanto il gridìo dei cormorani.

Si parlano nel cavo delle mani
scrivendo il nome con le caute dita.

Presso un antico tempio è la lor vita:
ne son gli eredi ed i maestri e l'opre.

Ma il muschio al tempio non si sa se copre
i primi muri o l'ultima rovina.

Stanno in capanne d'erica e savina:
un lume brilla nella notte oscura.

Marre, squadre, il grembiule alla cintura:
vegliano muti fin che il gallo canti.

Noi tra il cielo e l'abisso, o naviganti,
possiam gettare al vento al mare un nome;

ed il vento urla e il mare sbalza, come
per afferrarlo, questo nome: Italia!

Gridaron tutti: Italia! Italia! Italia!
Parve, in un canto, che un leon ruggisse...

II

Quegli guardò verso il ruggito; e disse:
L'Italia è vinta, ora non v'è più guerra..

Ma non v'è pace. Cova ancor sotterra
nato dal fuoco il genitor del fuoco.

Annerisce sotterra a poco a poco:
ora si fredda perché poi più bruci.

Brilla la macchia qua e là di luci:
sono baracche in mezzo alle radure.

Vegliano i boscaioli: hanno la scure
tra i piedi, hanno la zappa, hanno la pala.

S'appoggia alla parete alta una scala.
Siedon su tronchi, verdi ancor, di querce.

La venderanno, la lor fosca merce,
allor che il sole tocchi la foresta.

Ma cantò il gallo, l'aquila s'è desta,
il toro muglia, è sorta già l'aurora.

È nato il sole, il sole è alto, è l'ora:
è sempre l'ora. ORA, fratelli, E SEMPRE.

ORA - gridaron tutti a un tratto - E SEMPRE!
Sobbalzò il fulvo, le pupille fisse...

III

Quegli guardò la fulva giuba, e disse:
È sorto un uomo, un messo da Dio venne.

O tu dal bosco, prendi la bipenne!
Lascia annerire il tuo carbon sotterra.

Lascia la zappa, e il grande albero atterra,
lascia la pala, e taglia doga e trave.

Esci dalla foresta e fa la nave
per questa Italia e per la sua fortuna:

giovine Italia, grande, libera, una.
Tu lascia squadre e marre: ecco la spada.

Il caval nero pasce erba e rugiada
nel cimitero, il lenzuol morto indosso.

Móntavi ancora su, monaco rosso!
Galoppa ancora, cavalier templare!

In questa Terra Santa fa volare
sul saio rosso il gran bianco mantello!

Popolo, avanti! teco è Dio! - Fratello! -
Il giovin fulvo si lanciò, s'apprese

alla sua mano, l'abbracciò, gli chiese:
- Chi è? - Tu? - Garibaldi. - Egli, Mazzini.


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